E lo chiamano progresso

Fulminato da un momento di vera gioia e ilarità, riflettevo sullo schifo di vita che si conduce – generalmente – nelle grandi città.
Al mattino si inizia la giornata già freneticamente nevrotici; un minimo intoppo – che so, un bottone di una camicia saltato o una macchia di caffè sui pantaloni – può provocare una vera tragedia. Infatti, tutto è calcolato sul filo dei minuti – con rigore scientifico – per evitare “l’ora di punta” del traffico che, in una città come Roma, copre più o meno l’arco dell’intera giornata. Anche perché gran parte di noi esce nell’ora di punta che, altrimenti, non verrebbe così chiamata.
Ci si è alzati da neanche un’ora e già i livelli di adrenalina da traffico assumono proporzioni mostruose. I nervi sono già a fior di pelle ancor prima di entrare in macchina. Si sale in macchina in piena trance da prestazione.
Si accende il motore. Si parte per iniziare la battaglia. La battaglia per occupare la corsia più libera. Per passare col verde malgrado quello davanti freni a ripetizione o inizia a lavorare a mezzogiorno e lo faccia pure per hobby. Per non investire un pulivetri. Per evitare di travolgere moto, motorini, scooter, minicar che ti passano a destra, sinistra, sopra e pure sotto. Dappertutto.
Poi, giunti in prossimità del luogo di lavoro, si inizia un’altra battaglia: quella per il parcheggio. Dopo sgommate, minacce verbali, sgassate, movimenti rotatori di braccia, distensioni dei medi, colpi di clacson, finalmente si trova un posto dove parcheggiare.
Si entra nel posto di lavoro dove, in genere, stanno tutti incavolati neri e nevrotici. I sorrisi sono una chimera. C’è chi ce l’ha col datore di lavoro, chi col capo, chi col collega, chi col marito, chi con la moglie, chi con tutti. Un immenso rodimento di nervi e fegato che va avanti fino all’ora di tornare a casa e ricominciare con la guerra del traffico. Chiudersi in casa. 
Si va a dormire con la consapevolezza che domani nulla cambierà. Anzi, sì.
Si avrà un giorno di esperienza in più in quello che chiamano progresso.

I pedofili si organizzano

Oggi ho ricevuto questo messaggio email che volentieri ospito sul mio blog.
Questo che segue è il testo.

Oggetto: I pedofili si organizzano.

Sul giornale E POLIS di oggi ci sono tre pagine intitolate “ORRORE IN RETE” in cui si parla di un raduno di pedofili che celebreranno la “giornata di orgoglio”, tutto questo avviene tramite loro siti internet; il giornale E-Polis sta raccogliendo le firme per inviare una petizione all’Unione Europea ed all’Unicef affinche’ vengano oscurati questi siti di mascalzoni.
Mandiamo tutti una mail a questo indirizzo: italia@epolis.sm con la nostra firma.
Fate girare. 

Questo è il mio commento:
se invece di scrivere petizioni, email, leggi,norme si provvedesse ad estirpare fisicamente i genitali a questi bastardi è probabile che il fenomeno verrebbe quantitativamente arginato. Per rimuoverlo del tutto, invece, il sistema è un altro ma non è il recupero psicologico dell’animale. E’ un sistema definitivo. Poco dolce ma definitivo. D’altronde anche gli effetti provocati da questi animali sulle loro vittime sono poco dolci e definitivi. Nulla quaestio.

Gli uomini nella storia

Gli uomini del passato, la storia ce lo insegna, erano come noi. 
Proprio come noi.

Uomini che al mattino si svegliavano; senza sveglia elettronica. Eppure si svegliavano proprio come noi.
Uomini che andavano a lavorare; senza automobile. Eppure raggiungevano il luogo di lavoro proprio come noi.
Uomini che mangiavano; senza passare dal supermercato. Eppure mangiavano proprio come noi.
Uomini che dormivano; senza distendersi sul materasso dell’elefante. Eppure dormivano proprio come noi.
Uomini che muovevano la storia illuminando le loro azioni con ideali e idee. 
Beh, forse non erano proprio come noi.

A che serve ‘sta cosa?

Spesso capitano in casa dei depliant pubblicitari o dei cataloghi in cui sono rappresentati, ben corredati di fotografie che ne mostrano i sia pur minuscoli dettagli, degli oggetti la cui utilità, o, quanto meno, l’utilizzo rimangono per me un mistero.

Stamattina, a proposito di oggetti, quando la collega che mi siede di fronte è arrivata in ufficio e si è seduta di fronte a me, dentro di me è sorta una domanda, cui , per la verità, non sono riuscito a darmi risposta:

ma a che serve ‘sta cosa?

Sì, hai letto bene: cosa.
Sì, cosa.
Perché un oggetto che non parla, non esprime sensazioni, non traspira idee secondo me è una cosa. Magari semianimata perché ogni tanto si muove. A ben pensarci, anche un orologio ha in sé una parte o più parti che si muovono.

Sì ma l’orologio ha una sua utilità. 

Questa cosa no.

Risveglio dal coma e non è cambiato molto

E’ cronaca di questi giorni: un ferroviere polacco, caduto in coma nel 1988, si è risvegliato e ha trovato il mondo totalmente cambiato.

Non c’è più il comunismo lì. 
Non c’è più il razionamento dei generi alimentari. 
Non c’è più la scarsità di merce nei negozi.
Non c’è più l’obbligo di esser comunisti.
Non c’è più il papa polacco.
Ci sono i telefoni cellulari.
C’è internet.
C’è il libero mercato.
C’è il consumismo.
C’è la globalizzazione.

C’è ancora Andreotti.

Io & il denaro

Non sono attaccato al denaro. 
Non lo sono mai stato. 
Mi ritengo un privilegiato perché, pur non essendo il mio papà il proprietario di Mediolanum, non mi manca nulla. 
Poca ammirazione provo per chi, invece, fa dell’avarizia, dell’attaccamento e della brama di denaro una ragione di vita.
Più che poca ammirazione, mi fa schifo. Lui e il denaro.