Ai miei figli

Ti ho consegnato alla vita. 
Ti aiuterò ad aprire gli occhi e a guardare la vita. 
Ti aiuterò ad aprire la bocca e a parlare e sorridere alla vita. 
Ti aiuterò a tendere l’orecchio e ad ascoltare le parole della vita. 
Ti aiuterò a sorreggerti da solo, a camminare la vita, a vivere la vita, ad amare la vita.

Io & le stelle

A me piacciono molto le stelle. 

D’estate, quando sono in montagna e rivolgo lo sguardo verso l’alto, mi sembra di vederle ancora più vicine. Mi sento tanto piccolo in quei momenti. Il cielo sembra venirmi addosso. Dolcemente. Teneramente travolgente e avvolgente.

Quando sono solo, in silenzio, a volte ci parlo pure. 

Le sento amiche. 
Vicine seppur così lontane. 

Quando vado via, porto con me la loro luce che il loro modo di dire al loro amante confidente: buona notte.

Una domenica al centro commerciale

Oggi, rimasto solo – senza moglie e senza figli – ho deciso di andare a far visita a un mega centro commerciale, aperto da poco, per andare in una bella e fornita libreria. Mi piace andare per librerie, sfogliare i libri e annusarli per carpirne il contenuto.

C’ero stato già qualche tempo fa ma, rispetto alle zone di Roma che abitualmente frequento, questo centro commerciale per me sta decisamente fuori mano, a circa 40 km da casa. 

Sta così fuori mano che, sbagliando l’uscita del Raccordo (per i non romani l’anello di 72 km che circonda la capitale) mi perdo – perché non ricordavo né il nome della consolare da percorrere né il nome esatto del centro – e vado a finire in altra zona commerciale o, meglio, nel suo parcheggio.

In quel parcheggio, però, ho vissuto una vera tragicomica vicenda. Per fortuna che non sono stato il solo.

S’immagini un parcheggio sotterraneo enorme, largo, bello, con tanti spazi liberi. Tutto contento, mi porto con la macchina in prossimità di una scritta “Ingresso”. Tra me, mi dico: “E vai. La lascio qua. Così sto vicino all’entrata”. 

Mi sbagliavo. Porta chiusa. Mi guardo intorno e vedo altre scritte “Ingresso” a anche tanti altri che come me provavano a entrare passando attraverso porte chiuse o pareti di prefabbricato. Sì, perché le tante indicazioni “Ingresso” portavano tutte a porte chiuse oppure a spazi limitati dalle bande di segnalazione bianche e rosse dietro le quali masse di operai stavano ultimando i lavori.

Tanti zombies alla ricerca disperata, allegra e, in alcuni casi, preoccupata, di un ingresso al centro commerciale. Una scena spettacolare, resa tragicomica dal micidiale caldo e dalla tranquillità di una domenica mattina di luglio.

A un certo punto, tra gli zombies astanti si creato il CSACC, cioè il “comitato spontaneo per l’accesso al centro commerciale e, come ogni comitato che si rispetti, ne è stato – intuitus personae – nominato il rappresentate in un calvo signore di mezza età dall’occhietto vispo. 

Il rappresentante del CSACC ha prontamente risposto alla nomina dandosi da fare per ricercare ‘sta benedetta porta di accesso al centro commerciale. L’ho seguito, ho visto in fondo, a un centinaio di metri, delle scale mobili in funzione. Le ho prese. Sono sbucato nel reparto cessi di Leroy Merlin. Non mi serviva nulla là. Ho tirato dritto e sono finito dentro Ikea. Anche là non mi serviva nulla. Incuriosito e fervido di attesa per l’ingresso al centro commerciale, chiedo a un addetto di Ikea: “Scusi, come si accede al centro commerciale?” 
“Il centro commerciale non è ancora aperto. Dovrebbe aprire nei prossimi giorni”.

Triste e sconsolato me ne torno, Tom Tom alla mano, alla macchina intorno alla quale vedo due operai, presumibilmente polacchi, dall’aria spaesata. Stavano lì dal giorno del primo rilievo geologico fatto prima dell’edificazione e non trovavano più l’uscita.

Poveracci, mi sono detto.

PS:
questo post è stato spedito dal mio telefonino perché sto ancora cercando l’uscita. Vorrei evitare di fare la fine dei due operai polacchi anche perché c’ho famiglia. Chi potesse è pregato di venire a recuperarmi o informare le autorità competenti.
Grazie.

Veramente una bella figura

Da circa un paio di mesi, parlo quasi tutti i giorni, via skype, con una ragazza cinese che mi aiuta nell’apprendimento della lingua cinese; in compenso, io l’aiuto nello studio dell’italiano. Un sistema simpatico e divertente di studiare le lingue straniere.
Ora, la mia amica Ying – che vive non in Cina ma in Ucraina – avrebbe deciso di venire per qualche giorno in Italia.
Sa che sono italiano e mi ha chiesto: “Enrico, mi aiuti a capire che documenti servono per ottenere il visto per entrare in Italia e dove sta l’ambasciata?”.
Consulto il sito del Ministero degli Esteri e trovo l’indirizzo dell’Ambasciata Italiana in Ucraina, cioè dove lavora e vive Ying. 

Tutta soddisfatta, mi dice: “Grazie. Domani esco dall’ufficio e vado a chiedere”.
“Bene” – penso tra me e me – questa volta abbiamo dato un esempio di efficienza italiana. In pochi minuti abbiamo fatto un figurone. 

Il giorno dopo, altra lezione, altra chiamata skype, curioso le chiedo:
“Come è andata all’ambasciata?”.
“Male”.
“Perché?”
“Perché all’ambasciata italiana in Ucraina non parlano il russo (lingua parlata nello stato ucraino) ma parlano solo italiano. M’hanno detto di tornare lunedì perché tornala signora che parla russo”.

Che figura di … 

E’ come se a me dicessero: “Enrì, vai all’ambasciata del Qatar” 
“Ma io non parlo arabo”
“Stic….”

Ammazza che sfiga!

Lo sciopero è un’arma di rivendicazione sindacale assolutamente legittima, per carità; va riconosciuto, per onestà intellettuale, che in Italia spesso si abusa di questo strumento.
Scioperano tutti e per tutto.

Qualunque motivo val bene uno sciopero.

All’estero, invece, lo strumento dello sciopero è utilizzato con grande parsimonia. Soprattutto nell’efficientissima Germania. Tant’è vero che, acquistato oltre due mesi fa il biglietto del treno in partenza da Monaco di Baviera il prossimo 18 luglio, per rendere il viaggio più piacevole, ho acquistato un giornale ed in prima pagina che ti trovo? “FERROVIE NEL CAOS”.
Manco Fantozzi!

E lo chiamano progresso

Fulminato da un momento di vera gioia e ilarità, riflettevo sullo schifo di vita che si conduce – generalmente – nelle grandi città.
Al mattino si inizia la giornata già freneticamente nevrotici; un minimo intoppo – che so, un bottone di una camicia saltato o una macchia di caffè sui pantaloni – può provocare una vera tragedia. Infatti, tutto è calcolato sul filo dei minuti – con rigore scientifico – per evitare “l’ora di punta” del traffico che, in una città come Roma, copre più o meno l’arco dell’intera giornata. Anche perché gran parte di noi esce nell’ora di punta che, altrimenti, non verrebbe così chiamata.
Ci si è alzati da neanche un’ora e già i livelli di adrenalina da traffico assumono proporzioni mostruose. I nervi sono già a fior di pelle ancor prima di entrare in macchina. Si sale in macchina in piena trance da prestazione.
Si accende il motore. Si parte per iniziare la battaglia. La battaglia per occupare la corsia più libera. Per passare col verde malgrado quello davanti freni a ripetizione o inizia a lavorare a mezzogiorno e lo faccia pure per hobby. Per non investire un pulivetri. Per evitare di travolgere moto, motorini, scooter, minicar che ti passano a destra, sinistra, sopra e pure sotto. Dappertutto.
Poi, giunti in prossimità del luogo di lavoro, si inizia un’altra battaglia: quella per il parcheggio. Dopo sgommate, minacce verbali, sgassate, movimenti rotatori di braccia, distensioni dei medi, colpi di clacson, finalmente si trova un posto dove parcheggiare.
Si entra nel posto di lavoro dove, in genere, stanno tutti incavolati neri e nevrotici. I sorrisi sono una chimera. C’è chi ce l’ha col datore di lavoro, chi col capo, chi col collega, chi col marito, chi con la moglie, chi con tutti. Un immenso rodimento di nervi e fegato che va avanti fino all’ora di tornare a casa e ricominciare con la guerra del traffico. Chiudersi in casa. 
Si va a dormire con la consapevolezza che domani nulla cambierà. Anzi, sì.
Si avrà un giorno di esperienza in più in quello che chiamano progresso.

I pedofili si organizzano

Oggi ho ricevuto questo messaggio email che volentieri ospito sul mio blog.
Questo che segue è il testo.

Oggetto: I pedofili si organizzano.

Sul giornale E POLIS di oggi ci sono tre pagine intitolate “ORRORE IN RETE” in cui si parla di un raduno di pedofili che celebreranno la “giornata di orgoglio”, tutto questo avviene tramite loro siti internet; il giornale E-Polis sta raccogliendo le firme per inviare una petizione all’Unione Europea ed all’Unicef affinche’ vengano oscurati questi siti di mascalzoni.
Mandiamo tutti una mail a questo indirizzo: italia@epolis.sm con la nostra firma.
Fate girare. 

Questo è il mio commento:
se invece di scrivere petizioni, email, leggi,norme si provvedesse ad estirpare fisicamente i genitali a questi bastardi è probabile che il fenomeno verrebbe quantitativamente arginato. Per rimuoverlo del tutto, invece, il sistema è un altro ma non è il recupero psicologico dell’animale. E’ un sistema definitivo. Poco dolce ma definitivo. D’altronde anche gli effetti provocati da questi animali sulle loro vittime sono poco dolci e definitivi. Nulla quaestio.

Gli uomini nella storia

Gli uomini del passato, la storia ce lo insegna, erano come noi. 
Proprio come noi.

Uomini che al mattino si svegliavano; senza sveglia elettronica. Eppure si svegliavano proprio come noi.
Uomini che andavano a lavorare; senza automobile. Eppure raggiungevano il luogo di lavoro proprio come noi.
Uomini che mangiavano; senza passare dal supermercato. Eppure mangiavano proprio come noi.
Uomini che dormivano; senza distendersi sul materasso dell’elefante. Eppure dormivano proprio come noi.
Uomini che muovevano la storia illuminando le loro azioni con ideali e idee. 
Beh, forse non erano proprio come noi.

A che serve ‘sta cosa?

Spesso capitano in casa dei depliant pubblicitari o dei cataloghi in cui sono rappresentati, ben corredati di fotografie che ne mostrano i sia pur minuscoli dettagli, degli oggetti la cui utilità, o, quanto meno, l’utilizzo rimangono per me un mistero.

Stamattina, a proposito di oggetti, quando la collega che mi siede di fronte è arrivata in ufficio e si è seduta di fronte a me, dentro di me è sorta una domanda, cui , per la verità, non sono riuscito a darmi risposta:

ma a che serve ‘sta cosa?

Sì, hai letto bene: cosa.
Sì, cosa.
Perché un oggetto che non parla, non esprime sensazioni, non traspira idee secondo me è una cosa. Magari semianimata perché ogni tanto si muove. A ben pensarci, anche un orologio ha in sé una parte o più parti che si muovono.

Sì ma l’orologio ha una sua utilità. 

Questa cosa no.

Risveglio dal coma e non è cambiato molto

E’ cronaca di questi giorni: un ferroviere polacco, caduto in coma nel 1988, si è risvegliato e ha trovato il mondo totalmente cambiato.

Non c’è più il comunismo lì. 
Non c’è più il razionamento dei generi alimentari. 
Non c’è più la scarsità di merce nei negozi.
Non c’è più l’obbligo di esser comunisti.
Non c’è più il papa polacco.
Ci sono i telefoni cellulari.
C’è internet.
C’è il libero mercato.
C’è il consumismo.
C’è la globalizzazione.

C’è ancora Andreotti.