Avvocato

A proposito della vicenda che ha visto coinvolti alcuni presunti pedofili nella scuola di Rignano Flaminio, ho appena sentito un avvocato di parte, mortalmente offeso e piccato da tanta pubblicità data ai fatti, dire:
“Dopo tutta la cagnara fatta su questa vicenda … ”
Ho spento la tv. 
Ho provato vergogna. 
Da uomo.
Ho provato vergogna a esser considerato simile a lui. 
Ma, caro avvocato, siamo diversi.
Siamo diversi.

Il film della Legge

Ieri, per la prima volta in vita mia, ho partecipato a un’udienza, presso il tribunale civile di Roma, che mi vedeva protagonista in qualità di ricorrente.
Di civile mi sa che c’è rimasto solo il codice. 
Che delusione!

I telefilm americani, le cui vicende si svolgono nelle aule giudiziarie, mi hanno messo completamente fuori strada.

Nella mia immaginazione, credevo che il giudice andasse chiamato “Vostro Onore”, che avesse le sembianze di James Earl Jones, che parlasse italiano, non siculo-italiano, che volesse – prima di farmi parlare per un minuto – sincerarsi della mia identità.
Nella mia fallace immaginazione, credevo che l’udienza si svolgesse a porte chiuse dal momento che il processo civile non è pubblico, quindi si tratta di una specie di “festa ad inviti”.
Sempre nella mia immaginazione, credevo che il rispetto della privacy non si sostanziasse esclusivamente su un numero di protocollo appeso fuori dalla porta dell’aula per fare in modo che all’esterno dell’aula non si conoscano i nomi dei partecipanti; questa è un’idiozia, dal momento che mentre io parlavo c’erano almeno una decina di intrusi in quella stanza. Diavolo di una privacy; una delle cose che più mi manda al manicomio. Rinuncerò a capire.
Credevo che la frase “La legge è uguale per tutti” fosse incisa su una boiserie di legno e non scritta, anzi stampata, su un foglio di carta A4 tenuto su un muro scrostato con del nastro adesivo.
Credevo che l’aula di tribunale fosse un posto quasi templare, dove ci si presentasse in ossequioso silenzio in rispetto della religiosità imposta dalla legge.
Credevo che un tribunale non avesse le sembianze sonore di un mercatino di quartiere.
Credevo che ci sarebbe stato rispetto. Anzi, a questo non ci credevo troppo.

Mi sa che ho visto troppi film americani.

La mia prima volta in tribunale

Tra qualche giorno avrò una vertenza da me intentata – di natura civilistica, tanto per tranquillizzare chi legge sulla brillantezza della mia fedina penale – davanti a un giudice. 
Sarà la mia prima volta in un tribunale.
Mi chiedo, non senza una punta di imbarazzo, con quale faccia si presenterà la parte avversa che, nella sua memoria difensiva, ha raccontato non dico falsità ma almeno delle non verità.
Mah.
Problema suo.
Io ho la coscienza pulita, bianca, immacolata. Sembra lavata con Omino Bianco.
Tra l’altro, la controparte stessa ha riconosciuto che non ho inventato nulla.
La coscienza. 
Una gran cosa. Una cosa preziosa. Spesso difficile da tenere pulita.
A quella della controparte penserà la tintoria “Giudice”.
Secondo me, la laveranno a secco.

Precarietà

La strada dell’evoluzione umana è costellata da tanti successi e da tante scoperte che hanno reso la vita più facile, più agevole. 
Attualmente, tanto per fare un esempio, la tecnologia offre tante certezze.
Davvero tante. Quasi solo certezze.
Si è certi, ad esempio, circa l’esatto numero di globuli bianchi o rossi o piastrine presenti nel nostro sangue. 
Si è certi che la stella Polare (Polaris, costellazione dell’Orsa Minore, non per dire) si trovi a 600 anni luce di distanza da noi. 
Si è certi su dove, nel nostro DNA, si trovino le informazioni relative al colore degli occhi o dei capelli.
Tra tante assolute certezze, però, vengono a mancare alcune basi. Il terreno vacilla sotto i piedi. 
Si conquista la scienza ma si perde umanità. O, forse, si accresce umanità.
Si sanno tante cose ma, ad esempio, un neo laureato non sa se troverà lavoro. 
Una giovane coppia che voglia sposare non sa quanti mesi durerà il proprio matrimonio. 
Un figlio non sa fino a quando vivrà insieme ai suoi genitori, al di là di eventi naturali. 
Un lavoratore non sa fin a quando potrà contare sul suo stipendio. 
Sembra che tutto ciò che ruota attorno allo sviluppo e al progresso, che da sé porta incrollabili certezze, sia foriero di instabilità, di incertezza, di debolezza, di precarietà.
E già. 
Ecco cosa ci stanno portando questi anni: la certezza della precarietà.

Morti sul lavoro e indignazione

E’ di ieri la notizia degli ennesimi decessi sul lavoro avvenuti a Sorrento.
Il destino, triste fato, ha deciso di vendicarsi a suo beffardo modo proprio nel giorno della Festa del Lavoro.
Il destino, triste fato, ha deciso che il nostro Presidente della Repubblica insorgesse a suo modo, beffardamente dicendo: “Indigniamoci”. 
Un minuto di silenzio sarà effettuato per ricordare le morti bianche.

Caro Presidente della Repubblica non serve a nulla indignarsi. 
Non serve la Sua, pur lodevole nelle parole, esortazione. No. Non serve. 
Niente e nessuno, nemmeno la Sua autorità, potranno dar di nuovo vitale voce a chi le parole le ha perdute per sempre. In eterno. Nessuno. Niente.
E’ un atto inutile e tardivo il Suo indignarsi di fronte a dei morti.
Ci si dovrebbe indignare prima che queste morti accadano. Ma indignarsi prima, ab origine, significherebbe far crollare il palazzo del potere in cui Lei, e come Lei tanti altri, vive da condomino. Quel palazzo in cui politica e affari sono talmente intrecciati tra loro, in via del tutto trasversale da sinistra a destra passando per il centro, che non si riesce più a distinguere dove si parli di politica e dove si parli di economia. Privata. Non di nazione.
La Sua indignazione postuma non serve. No.
La mia indignazione per le Sue parole cariche di pragmatico immobilismo non serve. No.
Servirebbe altro.
Sono un padre di famiglia. 
Taccio per rispetto.
Mi copro di silenzio. 
Lo stesso silenzio che, per rispetto di chi non avrà più voce, avrebbe dovuto tenere Lei.

La puntualità

Detesto chi arriva tardi a un appuntamento.
Sono sempre stato molto puntuale. 
Preferisco arrivare qualche minuto prima per una questione di rispetto nei confronti di colui/colei con cui ho un appuntamento.
Ci sarà solo un caso in cui, con tutta sincerità, mi auguro di arrivare con netto e palese ritardo.
Peccato che non potrò fare il resoconto di quell’appuntamento.
Qualcun altro lo farà al mio posto.

Integralismo vacanziero

Dopo il periodo pasquale, complice anche una stagione primaverile particolarmente ricca di sole, in parecchi hanno cominciato a pensare alle vacanze estive.
Questa che segue è una vicenda umana particolarmente delicata che mi sta a cuore. La racconto perché mi sembra corretto condividerla con altri.
Qualche giorno fa, presso l’agenzia di viaggi di un mio amico, si è presentato un signore di mezza età vestito di bianco. Aveva una lunga barba sale e pepe, occhi neri; era seguito da tre donne che stavano dietro a lui e da una decina di bambini che schiamazzavano in modo indescrivibile all’interno dei piccoli uffici che ospitano questa agenzia di viaggi.
Il mio amico, cortesemente, va detto, chiede:
“In cosa possa esserle utile?”
Il bianco signore ribatte:
“Vorremmo andare in vacanza, sa l’estate si fa prossima … e – indicando i bambini – questi ragazzi hanno bisogno di sfogarsi un po’”.
Il mio amico:
“Capisco. Sono un padre di famiglia anche io. Ma – incuriosito – quali sono i suoi?”.
Il bianco signore:
“Tutti”.
“Accidenti. S’è dato da fare, direi.” sorridendo.
Il bianco signore, facendosi serio:
“Ci proponga qualcosa per favore. Abbiamo una certa fretta”.
“D’accordo. I signori preferiscono mare o montagna? Lago o collina?”.
“Ma – guardando, senza fissarne alcuna in maniera specifica, le tre donne alle sue spalle – se dovessi dar retta a loro non finiremmo più. Vada per una città. Ci prenoti un bel volo per una città”.
“Italia, Europa o … “.
“Guardi. La destinazione è indifferente. Va bene una qualsiasi nazione occidentale. La cosa importante è che ci siano dei bei palazzi alti”.
Il mio amico, silenziosamente incuriosito, dice:
“New York. La patria dei grattacieli. Lo skyline newyorkese. Empire State Building. Ecco la destinazione che fa per lei”.
“A New York ci siamo già stati”.
“Ah, ho capito. Mi faccia pensare – l’amico mio, guardando in alto – Londra. Una bellissima capitale europea che tra l’altro ha una metro che funziona a meraviglia. Sa, per gli spostamenti”.
“A Londra pure. Ci siamo già stati”. dice il bianco signore.
“Accidenti. Senta io non voglio farle perdere tempo. Vedo che ha fretta. Mi lasci qualche ora di tempo. Le sviluppo un piano su misura per lei. Va bene?”.
Inacindendo notevolmente il tono, il bianco signore:
“Lei si preoccupi solo del biglietto aereo che al piano ci penso io. Ha capito?”. 
Il mio amico, di rimando:
“D’accordo. Mi lasci il suo recapito di cellulare, la richiamerò in giornata e le farò avere notizie”.
“Ecco il numero. Scriva. 123-2323132334343”.
“D’accordo. Grazie. Risponde il signor?” 
“Osama.. Mi chiamo Osama ma in genere no rispondo io al telefono. Ci pensa Omar.”

Un po’ di rancore

Mamma ma perché non m’hai chiamato Silvio?

Avrei avuto un sacco di soldi.
Avrei avuto il maggiordomo.
Avrei avuto tutto quello che desideravo.
Avrei avuto un giornalista sempre accanto.
Avrei avuto l’elicottero.
Avrei avuto televisioni.
Avrei avuto l’abbronzatura tutto l’anno.
Avrei avuto il sorriso sempre tatuato in viso.
Avrei avuto desiderio di Kaka e avrei potuto esaudirlo senza spostarmi dal salotto.

Mamma, capisci perché nutro un po’ di rancore nei tuoi confronti?